Sono coperta da un lenzuolo quasi inesistente per quanto sottile e mi sto godendo quel filo d’aria che c’è questa sera, fissando le stelle e la meravigliosa luna che si intravede per metà. E penso che le persone, mi includo sia chiaro, raggiungono il massimo livello di malleabilità e stupidità – intesa anche in senso buono – quando amano qualcuno.
Per me è la nostalgia che regge il gioco, sono i momenti andati che per la memoria visiva e olfattiva che mi ritrovo, sono come se fossero ieri. E quando penso a quelli, quando mi immergo in quello che di bello c’è stato, mi torna il sorriso. E quasi non vedo quello che è esistito tra ora e quel passato. Cos’è successo? La vita, l’amore, la testa, la paura…
La rabbia e l’odio sono strumentali. Sono arnesi che impiego per velocizzare il processo di cicatrizzazione. Ripetendomi come una cantilena quelle parole, ripensandoci, come posso continuare ad amare? È da stupidi continuare ad amare una delusione, amare aspetti e concetti che in realtà ora non si ritrovano nemmeno più nella persona oggetto di amore? È stupidità amare un’idea, un riflesso di ciò che era prima una persona? Beh io lo faccio e non credo mi renda stupida, ciò che invece considero da stupidi è l’annientamento consapevole e non, della propria persona per amore. Cambiare stile di vita, pensiero, approccio alle cose, dalle più banali alle più importanti, modificare drasticamente idee radicate e predicate per anni, per allinearsi a quelle di un altro è da smidollati e senza carattere. Mi hanno sempre fatta sorridere quelli che “io questo non lo farò mai” e puntualmente si ritrovano impegnati in storie che smentiscono poco dopo quelle stesse affermazioni. Ah l’amore che ti apre gli occhi, ti mostra la via e ti fa cambiare completamente visione della vita.
A me l’amore ha sempre acuito quello che già in me c’era di buono e di cattivo, è come un esaltatore di sapori, rende vivi i gusti, gli odori e i piaceri assopiti. È una scoperta e una riscoperta, ma mai una rivoluzione.
Ho sempre avuto paura di chi è in grado di passare con facilità da un estremo all’altro senza contemplare le sfumature. Le idee e le opinioni mutano, cambiano con il tempo perché noi cresciamo, ci evolviamo. È la repentina modifica, il passaggio da bianco a nero, da mai a sempre che mi spaventa. Mi vengono i brividi e mi chiedo chi tra me, te e tutti quelli che ci circondano sia più stupido. E la risposta è sempre alternativamente tra te e gli altri.
Lupo e agnello.
Imparate a non sporcarvi la bocca con parole che non conoscete. Per esempio, coerenza, impegno, sapere, passione, ah si anche “mai”.
Mi stupisco di come abbiate la capacità di impiegare le parole, di cucinarle in modo da apparire da ogni lato perfettamente credibili e seri. Siete così capaci, da abbindolare chiunque quando poi, state cercando solo di prendere in giro voi stessi. Come? Mi dite che non si può prendere in giro la propria persona? Come no. Si può eccome. Accade che avete un’idea, e la condividete fortemente, dichiarando che mai sarà diversamente. Poi quando l’idea la cambiate ma non consciamente, quasi sempre a causa di cause esterne, siano esse animate o inanimate, ecco che andate in giro travestendola da decisione vostra. E più sostenete quella versione, giustificandovi di continuo, è li che iniziate a crederci pure voi.
E io rido, o mi disgusto alternativamente, perché chi sa, e ha una visione globale come me, altro non può fare difronte alla codardia e all’ipocrisia umana. Poche storie io sono una persona molto intelligente e lo vedo lo schifo che fate e vorrei condividerlo con il mondo, ma non sono una persona rancorosa. Quasi mi piace tenere dettagli e aneddoti per me, per il mio personale godimento. Mio e vostro in realtà. Perché voi potete andare da altri a fare l’agnello impaurito, che nulla c’entra e che agisce solo in base al suo volere e a pratiche lineari, ma io, io so che sotto siete lupi. Vi ho visto sbranare, lacerare, strappare. E la recita dell’agnello non la bevo. Vi devo dar prova di grande destrezza e maestria, gli altri ci credono e vi trattano da veri agnelli, credendo peraltro di aver raggiunto chissà quali scopi al vostro cospetto. Ripeto, io vedo il lupo in ogni cosa, perché son lupo anche io, ma molto più scaltro, di una scaltrezza umile e nascosta. Io faccio rumore per quello che non ho, non mi celebro, come fate voi. Questo è il vostro problema siete agnelli fasulli troppo vistosi. Celatevi un po’. E ammetto, quasi, mi avevate fregata. Ma alla fine ci penso e capisco che l’inferiorità sta nella vostra posticcia e auto celebrativa pienezza. Guardate tutti d’alto, giratevi dove più è comodo, elargite fredde e pacate sentenze mostrando anche finta umanità e compassione, con chirurgica distanza. Continuate pure. Ma il lupo continuerà a tornare prepotente, ringraziate che non sia io a smascherarvi ma che preferisca godermi con trepidante curiosità fino a dove volete spingervi.
Gerbera gialla.
“Ma dimmi, come stai?” chiede aprendo la zip della sua felpa e prendendo posto al tavolo. “Bene…insomma…sì diciamo bene, tu?” rispondo imbarazzata. Non ci credo, non è possibile che io ce l’abbia davanti. Ci siamo incontrati per caso in una serra, cosa assurda dato che sto letteralmente coltivando solo da qualche settimana il mio “pollice verde”, e che mai fino ad un mese fa, avrei immaginato di frequentare serre e fioristi con così tanta assiduità. Ed invece mi aggiravo in cerca di una gerbera gialla e l’ho visto abbracciare sacchi di terra, e ammetto, mi son sentita morire. Ed ora siamo seduti in un bar e mi sta guardando, e lo sguardo è lo stesso di quasi due anni fa. Continuo a ripetermi che sono passati due anni, quando in realtà, per me, tutto si è fermato al nostro ultimo incontro, cancellando tutto quello che di brutto è avvenuto dopo, i riufiuti, gli insulti, il fastidio. Ci eravamo conosciuti naturalmente, come accade spesso, nessun colpo di fulmine, nessuna coincidenza fortuita, niente di tutto ciò, solo un rapporto che nasce, che cresce, forse diversamente. Probabilmente come per le piante, ognuno ha necessità diverse, qualcuno esige maggior quantità di acqua, altri di luce, altri ancora di spazio. Due piante con urgenze differenti, non possono restare per troppo in un solo vaso.
Non ci siamo mai amati nel senso comune del termine, o perlomeno non abbiamo avuto una relazione riconosciuta dalla società come tale, che implicasse baci o rapporti sessuali, no, non c’è mai stato nulla di tutto ciò. Chiamatemi stupida, ma nonostante questo o proprio per questo, io lo amavo. Mi sono innamorata di lui perchè essenzialmente, era diverso. Era duro, era vero, era rigido, era ampio ed era denso. Consistente, proprietà difficile da trovare, ma lui lo era. Ancora oggi sono fermamente convinta che il tempo passato a parlare con lui, sia il tempo investito meglio in tutta la mia vita, mi ricordo ogni consiglio, ma soprattutto ogni critica ed ogni rimprovero. Da quando abbiamo smesso di frequentarci, ho tentato in tutti i modi di provare a me stessa che non ero come mi aveva descritta, che si sbagliava. Le sue critiche mi hanno cambiata, mi hanno spinta a voler continuamente dimostrargli che si sbagliava, che mi aveva giudicata male, che la sua prima impressione era quella giusta, che quello che di buono aveva visto in me, c’era e ci sarebbe sempre stato. La cosa buffa è che mentre io lottavo per queste dimostrazioni, lui fisicamente, nella mia vita non c’era e non vedeva tutto quello che io facevo per farmi accettare. Alla fine è diventata più una lotta con me stessa, una prova continua.
Per mesi dopo il suo rifiuto e contestuale allontamento, ho sofferto, ma più che una classica pena d’amore, era tragica consapevolezza, che non avrei mai più trovato qualcuno come lui. Accanto a questa cognizione, ho covato anche tanta rabbia e una voglia interna di rivincita. La mia testa spesso mi urlava che lui non sapeva cosa avesse perso, che avrei trovato una persona migliore, che la mia vita sarebbe stata stupenda indipendentemente da lui. Bè, ovviamente mi sbagiavo. Il primo anno è trascorso principalmente nel totale senso di perdizione e di vuoto, nessuna persona che incontravo era lui, nessuno parlava come lui, rideva come lui, odorava come lui, presto o tardi ho dovuto farmene una ragione. Quando ho capito che non era concepibile cercare una sua copia, ho conosciuto un’altra persona. Adesso stiamo insieme da quasi un anno: è carino, simpatico, dolce, gentile, premuroso, ma non è lui. Non fraintendetemi, voglio bene a questa persona, l’ho scelta e l’ho voluta, ma l’amore è un’altra cosa. L’amore ti logora, ti pervade, ti inebria, ti stordisce, ti prosciuga, ti rende felice. Io non sono felice, sono tranquilla e consapevole. Ad un certo punto bisogna smettere di sperare, di vivere di illusioni, di cose perse. Quando ho capito che dovevo smettere di vivere di un sentimento che mi era stato negato, e ho compreso che il dolore sarebbe rimasto con me per sempre, allora, in quel preciso momento, ho potuto accogliere altri tipi di sentimento.
Quello che capisco solo adesso, è che sono un’egoista. Sapevo sarei rimasta da sola per sempre, lo so perchè infondo, mi sento forse più sola ora che sono “impegnata”, che quando non lo ero. Non c’è giorno in cui non pensi a lui, o perlomeno non c’è settimana in cui non lo faccia. Spesso è un libro, un luogo, una parola. Crederete che quello che sto facendo alla persona che ho difianco ora, non sia giusto. Ma lui lo sa, lo sa che vive nell’ombra del continuo paragone, lo sa che spesso non è quello che vorrei, ma vive nella speranza che un giorno io trovi in lui quello che voglio, così come io per anni ho sperato che qualcun altro si accorgesse che io ero quello che voleva. Sono spregevole. Quando facciamo sesso, mi capita che per provare un minimo piacere io debba immaginare che sia lui. In alcune sere d’inverno, la sua assenza si fa così forte che stare anche solo accanto a qualcuno altro a vedere un film mi irrita, e mi devo isolare. Ma tutto questo non si deve dire.
Capite perchè, ora, per me, due anni sembrano due giorni, due ore. Io ho passato tutto questo tempo a pensare a lui, non ha mai abbandonato la mia mente, nemmeno per un istante. Questo incontro mi ha fatto provare, sentire, emozioni che niente mi aveva dato dall’ultima volta che gli ho detto “ciao”.
“Io bene, insomma, qualsiasi sia la definizione di bene” risponde sorridendo e fissando il suo cellulare. Dio, non riesco a staccargli gli occhi di dosso. Sto immagazzinando ogni cellula del suo viso, ogni millimentro di pelle, ogni sfumatura. Il suo naso, i suoi capelli, vorrei toccarlo. Vorrei sfiorare quei capelli neri, passare il palmo della mia mano sulle sue guance, sulle sue labbra, sulla sua barba che spunta a malapena. Vorrei rubargli quel bacio che non ho mai voluto dare per non sbilancirmi, per non sembrare troppo interessata, o forse, per paura di spogliarmi di ogni controllo.
“Ne son felice…scusa ma, incontrarti mi ha stupita…insomma…non ci siamo più frequentati, e diciamo, non certo per mio volere…” dico impulsivamente. “Cazzo, anni sono passati. Non dobbiamo di certo riprendere da lì. Ci siamo incontrati e stiamo scambiando due chiacchere disinteressate. Ci loderemo per dieci minuti dei reciproci successi, tralesceremo gli insuccessi, e non ci vedremo più per altri due o tre anni. Tutto qui” sentenzia scocciato, accendendosi frettolosamente una sigaretta. Ecco – penso – c’è riuscito di nuovo. A farmi sentire uno schifo. A farmi sentire in colpa per la mia impulsività, per il fatto di dire sempre parole fuoriluogo. Ancora quella sensazione di inadeguatezza.
“Dicevo così, per dire…di certo non intendevo che, che questo sarà l’inizio di….” – “No infatti. non è l’inizio di nulla. Volevo fare la persona che si interessa cortesemente, ma vedo che l’indifferenza mi avrebbe privato di un momento meraviglioso” dichiara con sarcasmo alzandosi irritato. “Ora vado che ho da fare. Ciao”. Io non riesco a dire nulla. A stento trattengo le lacrime, ma molto facilmente ingoio tutte le frasi che in due anni mi ero preparata nel caso l’avessi rivisto.
Avrei voluto chiedere che cosa ha fatto in questi lunghi anni. Se qualche volta mi ha pensata, se è felice, se ripensa alle chiaccherate con me, se si pente di avermi trattata come ha fatto. Vorrei chiedergli se sa quanto mi ha fatta soffrire, e se gliene importa. Vorrei chiedergli cosa è cambiato in lui, se insegue ancora gli stessi ideali, se è soddisfatto, se ha trovato qualcuno da amare. Vorrei chiedergli cosa ha fatto ieri, l’altro ieri, l’Agosto scorso. Ma più di tutto, vorrei dirgli quello che non ho mai avuto il coraggio di dirgli ma che probabilmente aveva capito da solo. Vorrei leggesse queste righe, anche se so alimenterebbero l’odio e l’irritazione che prova nei miei confronti.
Perchè difondo, amiamo cose diverse. Lui ama i suoi ideali, le cose in cui crede ardentemente. Io amo i miei ideali, ma purtroppo nella mia vita ho conosciuto lui, e questo amore è altrettanto grande. So che non mi amerebbe mai quanto ama se stesso e quello in cui crede. Questa è la differenza. Due persone così appassionate, che incanalano questa passione non reciprocamente, si farebbero solo del male. Io per lui mi annienterei, mi donerei completamente e consciamente. So cosa significa avere qualcuno accanto che ti ama più di come tu ami lei. E’ orribile ed ingiusto.
Vorrei tante cose. Ma non posso averle. Vorrei potesse comprendere le mie parole senza farsi inebriare da stati di odio e irritazione. Vorrei parlargli tranquillamente senza essere interrotta e insultata. Ma credo sia giusto non sappia nulla. Una volta fatte, alcune dichiarazioni, cambiano tutto: puoi percepirle, intuirle ma è quando vengono palesate che assumono carattere di verità e realtà.
Quindi che resti tutto così com’è. E sono qui, seduta in un bar con una gerbera gialla accanto, che diventerà l’ennesimo oggetto che mi ricorderà di te, giornalmente. E me ne prenderò cura, e riverserò tutto il mio amore su di lei e continuerò a riprovare le stesse battute come farebbe un’attrice dopo un provino andato male, per convincersi di non essere poi così terribile.
“Io ti amo. Io ti amo”.
In queste ore della notte
In queste ore della notte mi sento piccola. Durante la giornata il centro dell’universo sono io, la notte, tutto si ridimensiona sotto un cielo stellato. Vengo rimessa al mio posto. E mi sento insignificante se paragonata a tutto quello che c’è, qua fuori.
Sono sovrastata da stelle e da nubi, da galassie e da pianeti, infondo non sono niente, per nessuno. E anche se ora, in questo istante qualcuno mi stesse pensando, diventerei il centro dei suoi pensieri, ma cosa cambierebbe?
In queste ore della notte cerco di essere l’ultimo pensiero prima di dormire per qualcuno. Ho sempre pensato che l’ultima persona a cui pensi prima di addormentarti è la più importante per te, o quantomeno quella che vorresti avere accanto in quel momento, e che se non dovessi mai più risvegliarti, sarebbe quella che sentirebbe maggiormente la tua mancanza. Non ho mai pensato a una persona in particolare fino a qualche mese a questa parte. Ho sempre pensato a me stessa, quale profonda egocentrica in realtà sono. Pensavo alla mia famiglia. Ma gli estranei, i non consanguinei te li scegli. E io scelgo sempre di pensare ad una persona in particolare, ora. Non so perché, ma il pensiero cade comunque lì. In quel luogo in cui non vorrei passeggiare, quel luogo che mi fa stringere il cuscino al petto e sentire ancora più minuscola. Sbatto continuamente le palpebre e mi bagno le labbra con la lingua, stringo i pugni e fisso il vuoto incessantemente fino a che la mia vista si orienta e delinea i bordi dei mobili. E sgrano gli occhi, e passano i minuti così. A volte anche le ore. Aggrappata al lenzuolo.
Come siamo piccoli, non ce ne rendiamo conto presi dalle nostre vite, non ci rendiamo nemmeno conto di quanto tutto sarebbe meno difficile se ci abbandonassimo. Come potremmo accompagnare la nostra piccolezza, insignificanza, con quella di qualcun altro. Accompagnarci silenziosamente, fissandoci negli occhi, scrutandoci senza dire nulla, cosicché se dovesse essere l’ultimo respiro della nostra vita, l’avremmo condiviso con chi il pensiero andava sempre a cercare, e sarebbe tutto un po’ meno triste.
Ed è “solo” per questo motivo.
Sistematico, estremista, irascibile, nervoso, misantropo, scattante, negativo, duro, passionale, acuto, presuntuoso, disilluso, veemente. Ed è quello che voglio, ancora, nonostante tutto. Nonostante le, pare, insormontabili differenze, nonostante io non sia così perfetta e coincidente con i livelli richiesti…ma, ne siamo così sicuri? Cioè siamo così sicuri che io sia così pessima, ignorante, superficiale, immatura? Non penso proprio.
L’amore è la capacità di avvertire il simile nel dissimile, diceva qualcuno. Probabilmente a me, è successo questo. Beh mi sono successe un pò di cose. Mi è capitato di adorare, di voler imparare, di essere affascinata, di desiderare ardentemente, di esser serena, di voler uccidere, di voler morire a mia volta, di possedere, di insultare, di odiare, di essere felice, di ignorare, di dimenticare, di ridere, di voler condividere, di pretendere, di fingere, di dissimulare. E tutto per amore, o meglio, pilotata da esso.
Amore. Che parola inconsistente al suono. Provate a ripeterla più volte. Amore. Amore. Amore. Vi riempie? Perde di significato? Per me attualmente è sinonimo di vuoto allo stomaco, perenne. Quella sensazione che ti accompagna continuamente, e che quando si fa più forte ti taglia il respiro e ti avvolge al collo. E ti fa venire voglia di vomitare, di estirpare la causa di malessere. Ormai non si tratta più di mente, si tratta di organismo, di infezione globale.
Si vede che la mia mente, è più debole dei sentimenti che crea, e si fa sopraffare. Chi mi diceva che non avrei mai imparato a domare i miei sentimenti aveva ragione, o lo aveva in parte. L’intensità di quello che provo adesso non è paragonabile a null’altro, mi sovrasta. Puoi avere alle spalle la più vasta esperienza in campo di rapporti amorosi, essere il più esperto amatore, essere accorto, proteggerti quanto vuoi, ma quando succede, quando capita non puoi far altro che abbandonarti. Certo, a pensarci bene, non sono concreti e tangibili i sentimenti amorosi. Non sono carne, sangue, viscere, pelle, liquidi. Cosa sono? Nulla. Perchè soffrire per questo nulla? Basterebbe essere consci di ciò per evitare dolore e sofferenze vane.
Sarò debole, ed inciamperò sempre negli stessi errori, correndo in cerchio, ma ritornando sempre allo stesso punto stupidamente, rendendomene anche conto. E’ per questo che non son degna? Non merito, non valgo le attenzioni e i colloqui.
Credo che sia questo il germe dell’impotenza, sapere che non è così. Son sempre stata conscia di quello che sono. Ho riconosciuto qualcosa di me, ma molto altro ero ben consapevole fosse anni luce dalla mia persona. Ma mi stava bene, anzi, erano forse le differenze a rendere il sentimento forte. e credevo alla reciprocità di rispetto e di fiducia. Lo scambio di opinione senza giudizio alcuno, il dialogo e la confidenza. Che stupida.
Io non ho cambiato idea, come sempre, non mi sono sbagliata. Così ti vedevo. Ma la delusione adesso mi offusca la vista e mi fa mettere in dubbio la mia forza e la stima di me stessa. E non deve accadere. Questa volta l’errore è dall’altra parte. Chi non ha compreso non son io. Chi ha giudicato in un determinato modo, per poi cambiare completamente idea, non sono io.
L’unica cosa da recriminarmi è forse l’ostinazione dei sentimenti, la continua ricerca del perchè dei gesti altrui, il volermi donare, e il non voler perdere qualcosa che mi faceva sentire. E in questa vita, fatta di superficialità, di volubilità dei sentimenti, di emulazione e di stereotipi sociali, tu eri la verità.
E la verità è chiara, spesso dura, ma l’unica via per provare ancora qualcosa. Ed è “solo” per questo motivo che manchi. Manca un pò di verità nella mia vita.




